Tornare la sera, a casa, e raccontarsi la vita


Esiste un luogo della narrazione.
C’è anche un luogo del tormento, della gioia, dei dissapori, dei silenzi. E un luogo della narrazione: quello in cui ci si racconta tutto, senza intoppi, allusioni, senza divergenze.
È un posto che ha la forma di un grande divano a tre posti, su cui siedono solo due persone, quasi per sbaglio, in un modo abbozzato e incoerente, che solo il tempo è capace di rendere ogni volta più simile. È un posto in cui si rigurgitano parole, si buttano nell’aria tutte le esperienze di un solo giorno. In cui ci si ferma, ci si guarda e si ride tanto, di gusto.
Esiste un luogo ed esistono persone che si dicono le cose dell’amore e il pranzo di mezzogiorno e le torture interiori. Si dicono le liti con il capo e la sveglia mattutina, le persone incontrate, le pagine lette e i film che vorrebbero vedere. E arrivano alla fine del giorno mischiando ogni cosa, in una grande accozzaglia di sentimenti, provando a ordinare le cose e a non interrompersi mai.
Sono persone che poi l’amore lo sentono davvero - ma che grande spavento sentirlo! E non se lo dicono mai. E poi esiste un giorno in cui lo sussurrano, quasi per esserne certi, chiedendo conferma con gli occhi e si domandano «potevo?»
eh ma certo che potevi, ragazzo mio! E quanto tempo fa avrei voluto dirtelo io. Perché mai abbiamo dovuto aspettare così tanto?
Esistono luoghi ed esistono le anime che quei luoghi li abitano e ci girovagano a momenti alterni, entrando solo per lasciare la borsa, svenendo su un letto per un tempo infinito. Preparano la cena, il pranzo di mezzogiorno e poi non li si vede per giorni.
Lì - nel luogo delle certezze e degli addii, della polvere sul mobiletto e dell’odore di fritto, dei pianti notturni e delle camicie stropicciate - lasciano che ogni cosa provveda a se stessa.
Oggi, sul tavolo, una tovaglia impermeabile. Basta una spugna bagnata per rimediare a un bicchiere di vino rovesciato: si risparmia tempo, si risparmiano pensieri. Solo un sottile strato di plastica steso sopra il cotone.
È così che vorrei il cuore, quando si torna la sera, a casa, per raccontarsi la vita. Quando si rischia di imbrattare forte nervi e tessuti con le cose dell'amore. Quando i resoconti, i più veri e sinceri, intaccano i luoghi neutri, le stanze alternative, i muri di difesa. Così vorrei il cuore, per non avere più paura dei sentimenti.
Ma alla fine di tutto,
nel luogo della narrazione ci sono solo loro.
E un divano troppo grande per essere occupato tutto.